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Quante emissioni costa la cucina d’Europa?

4 minuti
01La moussaka bulgara 02Stufato di manzo belga 03Il gulash alla tedesca agrodolce con peperoni 04La paella? Meglio se vegetariana 05La pizza napoletana

Non solo combustibili fossili: tra i responsabili delle emissioni di gas serra c’è anche il settore alimentare. Quello che mangiamo e scegliamo di mettere in tavola ha un impatto decisivo sul benessere ambientale e, in vista della neutralità climatica, l’Unione Europea si sta impegnando a limitarne l’impatto negativo. Una delle strategie è quella di introdurre etichette sui cibi per indicarne la sostenibilità e permettere così ai consumatori di compiere scelte maggiormente informate. In generale tutti i prodotti provenienti da allevamento e coltivazione, e quindi dall’utilizzo di suolo, sono quelli più inquinanti. Ma esattamente di quante emissioni sono responsabili i più famosi piatti della cucina europea? Ecco qualche esempio per conoscere l’impatto ambientale dei cibi e provare a rendere l’alimentazione più sostenibile.

01La moussaka bulgara

In termini di emissioni di biossido di carbonio, la famosa moussaka bulgara è al primo posto tra i piatti europei: emette circa 12 chilogrammi di CO2 equivalente per porzione. Equivalente, secondo le ricerche effettuate, a guidare per oltre 47 chilometri. Il 90% dell’impronta ecologica della moussaka bulgara è attribuito alla carne bovina: il passaggio a un’alternativa senza carne ridurrebbe le sue emissioni di CO2 a soli 1.561 grammi per porzione, con una diminuzione del 96,7%.

02Stufato di manzo belga

Spostandoci in Belgio, il tradizionale stufato (stoofvlees) occupa il secondo posto della classifica sulle emissioni equivalenti di CO2 per i piatti tradizionali europei con 11,2 chilogrammi per porzione, il 6,4% in meno della moussaka bulgara. Basterebbe una sua versione vegetariana per ridurre le emissioni a 750 grammi (-93%).

03Il gulash alla tedesca agrodolce con peperoni

Immancabile piatto nella cucina tedesca, il gulasch produce 8,05 chilogrammi di CO2 per porzione, il cui 94% deriva dall’utilizzo della carne nella ricetta. La sua impronta ecologica è al terzo posto tra quelle dei piatti più popolari in Europa ed è l’equivalente di un viaggio in treno per 196 km. Il passaggio a un sostituto vegetariano della sua ricetta, senza carne bovina, porterebbe le sue emissioni a 874 grammi di CO2 (-89%).

04La paella? Meglio se vegetariana

Chi visita la Spagna non può non assaggiare la classica paella. Un piatto completo anche dal punto di vista nutrizionale, poiché apporta le proteine del pesce e della carne. Ma che impatto ha sull’ambiente? Analizzando la classica versione alla valenciana, emerge che per produrne una porzione da 100 grammi servono quasi 2 m² di terreno e 241 litri d’acqua: un piatto comunque più sostenibile delle pietanze tipiche del vicino Portogallo dove il baccalà rende la cucina meno sostenibile. Il classico Pasteis de Bachalau (crocchetta di baccalà) genera 170 grammi di CO2 per 100 grammi di prodotto, mentre con il baccalà alla brace diventano 250. Entrambi si situano nella parte medio-bassa della classifica.

05La pizza napoletana

E in Italia? Il piatto tradizionale per eccellenza, la pizza napoletana, è al dodicesimo posto assoluto per l’impronta di biossido di carbonio, con 757 grammi di CO2 prodotti per porzione, alle spalle della francese quiche lorraine con 788 grammi. Decisivi i quasi 100 grammi di mozzarella utilizzati in media per porzione: sono responsabili di circa il 53% della CO2 equivalente emessa da ogni pizza. Ciò posiziona la pizza nella parte medio-bassa della classifica. Tra gli aspetti da valutare nella sostenibilità della pizza c’è la sua modalità di cottura: il forno a legna è uno dei meno efficienti e più inquinanti, perché aggiunge altre emissioni che dipendono dall’efficienza del forno e dal tipo di legna usato. Ma non è necessario rinunciare alla pizza per salvare il pianeta: basta prediligere pizze fatte in casa o in pizzeria, invece che acquistarle surgelate. In questo caso la pizza, dopo essere stata prodotta, deve essere impacchettata, trasportata e costantemente refrigerata fino al momento in cui sarà cotta, aumentando il suo impatto ambientale.

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